Il dott Spalletta visiting professor presso la Iowa University

iowa.tiffCon l’intenzione di migliorare l’affidabilità della propria ricerca e di interagire con professionisti afferenti presso altre Università, il Prof. Carlo Caltagirone, Direttore Scientifico della Fondazione Santa Lucia di Roma, ha supportato il finanziamento per un soggiorno di tre mesi negli Stati Uniti del Dr. Gianfranco Spalletta, affiliato presso il Dipartimento di Psichiatria dell’Università dell’Iowa in qualità di Visiting Professor, come richiesto dai Professori Robert G. Robinson e James B. Potash. Lo sforzo è quello di utilizzare trattamenti, il più possibile affidabili, ma anche innovativi, somministrati da personale sanitario con conoscenze all’avanguardia nel campo delle Neuroscienze Cliniche e Riabilitative. In questo ambito la ricerca translazionale si sta imponendo come elemento di ricomposizione tra la ricerca di base, spesso troppo distante dal letto del malato, e la ricerca clinica, poco attenta ai meccanismi delle malattie e quindi alle sue cause. All’interno di una sintesi virtuosa tra le due branche, con il passare del tempo è emerso prepotentemente come anche la ricerca translazionale non sia immune da problemi e richieda la replicabilità dei risultati ottenuti in un singolo esperimento per confermarne definitivamente l’affidabilità. In assenza di tale validazione, il rischio è quello di ottenere risultati falsamente positivi (il cosiddetto errore statistico di tipo I) e quindi di riproporli all’attenzione della comunità clinica e scientifica internazionale come applicabili nella cura dei pazienti, quando gli stessi, in realtà, non sono utili. Lo scopo rimane sempre quello di ottenere risultati uniformi, in differenti popolazioni di pazienti, che possano confermarne l’affidabilità ed aiutare a migliorare l’efficacia terapeutica nella cura dei pazienti. Su richiesta del Prof. Potash, il 16 settembre 2013 il Dr. Spalletta ha tenuto presso l’Università americana un seminario dal titolo “The differential role of Apathy and Depression on cognitive deterioration progression and on the risk of death in Mild Cognitive Impairment and Alzheimer Disease” con successivo dibattito. Il confronto che ne è derivato è stato molto costruttivo ed ha permesso di condividere le esperienze maturate in due contesti clinico-scientifici molto differenti tra loro. È stato riconosciuto come sia indispensabile, nei pazienti con diagnosi di malattia di Alzheimer e con Mild Cognitive Impairment, MCI (la sua forma precoce), valutare e distinguere in maniera altamente affidabile la depressione dall’apatia, in quanto i due disturbi sono associati a meccanismi fisio-patologici molto differenti tra loro e predicono in maniera differenziale il decorso di malattia. Partendo dal concetto basilare che la valutazione di pazienti con malattie neurodegenerative debba essere fatta da personale altamente esperto e qualificato, l’unico in grado di riconoscere in maniera affidabile tali problematiche affettive in pazienti difficili, si è discusso proficuamente sul fatto che l’apatia predice un decorso di malattia più infausto con incrementato rischio di mortalità nei soggetti con malattia di Alzheimer. Al contrario, la depressione, se riconosciuta come tale e curata con successo, non sembra essere associata a tale evento sfavorevole. Inoltre, si è chiarito come nei pazienti con MCI l’apatia sia un significativo fattore di rischio per lo sviluppo di malattia di Alzheimer. La sfida condivisa sarà quella di riconoscerne le cause al fine di migliorare l’efficacia del trattamento. Con uno sguardo rivolto al futuro, tutto ciò permetterà di raffinare la metodologia da applicare nell’ambito delle Neuroscienze Cliniche e Riabilitative. In particolare, si sta discutendo sulle modalità di attivazione di programmi di ricerca comuni, alcuni dei quali sono già stati avviati, che permetteranno di validare in maniera definitiva i risultati ottenuti individualmente nell’una e nell’altra istituzione, risolvendo il problema sopra descritto dell’affidabilità dei risultati e del cosiddetto errore di tipo I. La visita negli Stati Uniti ha inoltre permesso l’avvio di collaborazioni con l’Università della California, Irvine, su progetti riguardanti la malattia di Alzheimer e con l’Università del Texas, Houston, su progetti riguardanti la malattia di Parkinson ed il Traumatic Brain Injury.